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Koudelka. “Radici”, l’ultimo progetto fotografico in mostra all’Ara Pacis

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La bellezza per ripartire in un periodo tanto difficile. È questa la chiave scelta all’Ara Pacis per la riapertura del museo che presenta, unica tappa italiana dopo Parigi (a seguire Atene), la mostra “Josef  Koudelka Radici. Evidenza della storia, enigma della bellezza” (Roma, fino al 16 maggio). E’ curata da Alessandra Mauro, organizzata da Contrasto e Zètema Progetto Cultura, con la collaborazione dell’Accademia di Francia e del Centro Ceco.

Un segno di speranza può venire proprio dalla bellezza che si esprime nelle fotografie scattate da Josef  Koudelka in trent’anni di attività. Tanto è durato “Radici” il suo ultimo progetto fotografico, uno straordinario viaggio alla scoperta delle radici comuni della civiltà europea, una sorta di passeggiata a tema nei siti archeologi più affascinanti del vecchio mondo. Una ricerca che lo ha portato agli estremi limiti a nord fino al San Gottardo per scendere a sud in Libia, quindi volgere all’ovest, il Portogallo e infine  raggiungere l’estremo est di Palmira. Il viaggio di una vita che conduce Koudelka in una ventina di paesi diversi, testimoniando con i suoi scatti quasi duecento siti archeologici disseminati lungo il Mediterraneo, Delfi,  Micene, Leptis Magna, Petra, Roma…  Una riflessione sull’antico, un’importate testimonianza sulla civiltà del Mediterraneo, culla dell’Occidente.

Non è la prima volta che Roma ospita le immagini del fotografo ceco. Nel 2003 per  “FotoGrafia Festival  Internazionale di Roma”, organizzato da  Marco Delogu, Koudelka presentò ai Mercati di Traiano (un luogo ideale, altamente simbolico), “Teatro del tempo”, un’opera dedicata interamente a Roma, una citta ritratta all’alba, priva di ogni segno di vita, essenziale. Le sue opere sono state presentate a Bologna e in altre città d’Italia. Nel 2013  era presente alla Biennale d’Arte di Venezia nel Padiglione della Santa Sede.

Nato in Moravia nel ’38, laureato in ingegneria aeronautica, a trent’anni Koudelka ha la ventura di trovarsi a Praga durante l’invasione sovietica della Cecoslovacchia e, lui che non ha mai fatto cronaca, si trova a documentare la “Primavera di Praga”. In qualche modo riesce a far uscire all’estero le immagini degli scontri che vengono pubblicate dal “Sunday Times” con le iniziali P. P. (Prague Phtographer). Ma a quel punto è costretto a lasciare clandestinamente il suo paese chiedendo asilo politico al Regno Unito. Sarà un apolide oggi naturalizzato francese. Nel ’71 entrando a far parte dell’agenzia fotografica Magnum Photos ha inizio un’altra storia, quella dell’artista geniale che nel corso della sua carriera ha fatto incetta dei premi più prestigiosi, esponendo nei maggiori musei del mondo. Nominato “Commandeur de l’Ordre des Arts et des Lettres” dal ministro della cultura francese, attualmente vive fra Parigi e Praga.

In mostra  negli ampi spazi a pianterreno dell’edificio  progettato da Richard  Mejer, inaugurato il 21 aprile 2006 (Natale di Roma), sono esposte 110 stampe rigorosamente in bianco e nero, in formato panoramico, la   sua cifra stilistica. Immagini di rovine, intese non in senso romantico, in disfacimento, ma piuttosto ancora grandiose e potenti, di una bellezza che il trascorrere del tempo non ha avuto ancora la forza di cancellare. Tutte ugualmente prive di qualsiasi presenza umana, talvolta incorniciate da una sottile striscia di cielo. Luoghi che  hanno una loro specificità, notissimi, ma visti con un occhio diverso, tanto da farli apparire qualcosa di nuovo. Il fotografo sa cogliere la geometria delle immagini, esaltare i contorni netti delle forme che il bianco e nero, una particolare inquadratura o una luce speciale esaltano. La sua opera è un inno alle vestigia storiche del “Mare Nostrum” insidiate dall’avanzare del  progresso e dal passare del tempo che tutto consuma.

Le sue immagini sono inconfondibili, uniche.  Come “Delfi”, la foto scattata nel ’91, la prima della serie “Radici”, come  lo “Stadio” di Afrodisia del 1° secolo d. C. in Turchia fra le prime immagini che s’incontrano in mostra.  E’ il fascino del silenzio e della storia che continua nonostante tutto, il messaggio che ci trasmettono. “Le rovine non sono il passato, sono il futuro che ci invita all’attenzione e a godere del presente”, scrive   Koudelka, uno dei grandi maestri della fotografia moderna. E il rimando è a Chateaubriand, ricorda la Sovrintendente Maria Vittoria Marini Clarelli. La percezione che c’è un’arcana conformità fra la durata perenne di questi monumenti e la brevità della vita.

A queste foto di grandi dimensioni si aggiungono quaranta stampe più piccole in verticale, il “Teatro antico” di Delfi, la “Cisterna sotterranea” di Micene,  un “Capitello Corinzio” del Foro di Cesare e altre ancora non appese alle pareti ma disposte su piedistalli rettangolari che s’incontrano lungo il percorso, a simulare una passeggiata in un sito archeologico. Immagini  di pavimentazioni musive in bianco e nero di Italica in Spagna, un dettaglio della Via dei Cureti che collegava l’agorà superiore all’agorà inferiore di Efeso in Turchia e altre che  richiamano diverse espressioni dell’antico. Forme classiche di estremo rigore e bellezza, espressione di una civiltà che è quella dell’Europa di ieri a fondamento dell’Europa di oggi e dei suoi valori.

Museo dell’Ara Pacis  Lungotevere in Augusta.

Orario:  lunedì – venerdì 9.30-19.30. Fino al 16 maggio. 

Info: tel.060608  (9-19 tutti i giorni)

Prevendita fortemente consigliata e turni d’ingresso contingentati salvo differenti disposizioni.

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