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Musei Vaticani, il nuovo restauro svela l’ultima opera di Raffaello

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Se non ci fosse stata la pandemia, la sensazionale scoperta che le due allegorie della “Iustitia” e della “Comitas” dipinte rispettivamente a tempera grassa e  a olio  nella Sala di Costantino sono da attribuire alla mano stessa di Raffaello, sarebbe stata al centro di un convegno internazionale fissato per il 20 aprile (un appuntamento solo rimandato, si spera), nell’ambito delle manifestazioni per i 500 anni dalla scomparsa del Divin Pittore. Il riconoscimento si basa sulla qualità pittorica, sull’estrema raffinatezza, sullo stile, sulla tecnica, sull’attitudine alla sperimentazione propri dell’urbinate ed ha il conforto delle fonti storiche e l’avallo dei risultati delle analisi scientifiche. Una notizia destinata a fare molto rumore nell’ambiente artistico del mondo intero divulgata attraverso Vatican News.

Il “disvelamento” delle pitture appena restaurate è avvenuto il 13 maggio scorso alla presenza del direttore dei Musei Vaticani Barbara Jatta e di  una ventina di persone tra esperti e ricercatori dei Vaticani. Un esito che giunge a seguito dei lavori di pulitura e restauro   iniziati nel 2015, che si concluderà nel 2021 con l’intervento sulla “Donazione di Roma” affrescata dalla Scuola di Raffaello sulla quarta parete. Finora ha riguardato tre pareti della Sala di Costantino,  la più grande delle Stanze dell’appartamento di rappresentanza del papa al secondo piano del Palazzo Apostolico. Nel 1508  Giulio II della Rovere, succeduto ad Alessandro VI Borgia, che giudicava corrotto, rifiutandosi di vivere nella sua dimora da poco affrescata da Pinturicchio, affidò a Raffaello il compito di decorare il suo appartamento che diventerà famoso come le “Stanze di Raffaello”. Il pittore aprì il cantiere iniziando dalla biblioteca privata del papa, lo spazio dei libri del sapere filosofico, teologico, giuridico  e letterario, nota come la “Stanza della Segnatura” così detta per via di una magistratura pontificia con questo nome che vi ebbe sede.  A seguire la Sala dell’Udienza, conosciuta come “Stanza di Eliodoro” e la “Stanza dell’Incendio di Borgo” in cui sono all’opera  anche i “garzoni” di talento della sua bottega, Giulio Romano, Perin del Vaga, Polidoro da Caravaggio, Giovan Francesco Cenni.

Raffaello tra il 1518 e il 1519, al culmine del suo soggiorno romano, ricevette da Leone X Medici l’incarico di decorare  l’”Aula Pontificum Superior”,  ovvero la grande sala (18 metri di lunghezza, 12 di larghezza, 13 di altezza), destinata in origine alle cerimonie, agli incontri protocollari con ambasciatori e autorità, ai banchetti. Confina con l’appartamento di Giulio II e diventerà famosa come “Salone di Costantino”. Gli affreschi che occupano le ampie pareti sotto forma di finti arazzi celebrano il trionfo della Chiesa cattolica nella storia, il passaggio di “auctoritas” dalla Roma pagana alla Roma cristiana. In particolare si esalta l’imperatore Costantino che guidato dalla Croce sconfigge il nemico Massenzio. Viene battezzato da Papa Silvestro che donerà Roma al pontefice.

Raffaello al culmine del successo, dopo le Stanze, della Segnatura, di Eliodoro e dell’Incendio di Borgo, decideva di sperimentare l’olio sul muro, una tecnica usuale della pittura su tavola. Ne parla Giorgio Vasari nelle “Vite” accennando a due figure femminili dipinte a olio da Raffaello negli ultimi anni di vita. Le due allegorie, “Iustitia” e “Comitas” realizzate rispettivamente a tempera grassa e ad olio, presentano sotto la superficie numerosi chiodi, ritrovati durante il restauro, che avevano la funzione di ancorare alla parete la “colofonia” la pece greca, stesa a caldo e ricoperta da Raffaello con un sottile strato di intonachino bianco a simulare sul muro le medesime caratteristiche di una tavola su cui stendere la pittura a olio.

Con l’improvvisa scomparsa del maestro il 6 aprile 1520 il cantiere viene affidato a Giulio Romano e Giovan Francesco Penni eredi della bottega e in possesso dei suoi disegni preparatori giunti fino a noi. Sappiamo infatti che i disegni di Raffaello della “Battaglia di Ponte Milvio” e dell’”Allocuzione di Costantino” venero tradotti In pittura dai suoi allievi. Ma il progetto sperimentale e complesso di Raffaello venne ben presto abbandonato dagli allievi che preferirono tornare alla maniera tradizionale dell’affresco, smantellando tutta la parete. Ma lasciando intatte la “Iustitia” e la “Comitas”, per la loro ineguagliabile bellezza certamente ma anche come forma di rispetto verso il maestro, che costituiscono così un vero e proprio unicum.  Dopo una lunga interruzione a seguito della morte di Leone X la decorazione viene completata ad affresco dalla bottega nell’estate del 1525 sotto il pontificato di un altro Medici Clemente VII. La decorazione pittorica della volta verrà realizzata più tardi, sotto Gregorio XIII.

La paternità delle due allegorie, la “Iustitia” a destra della Battaglia di Ponte Milvio” e la “Comitas” a destra dell’”Allocuzione di Costantino”,  ha sempre appassionato gli storici dell’arte. Ma se fino a poco tempo fa era solo un’ipotesi che fossero autografe di Raffaello, oggi è possibile avere una conferma. Come già diceva Stendhal  nelle “Passeggiate Romane”. Tutto merito delle raffinate metodologie di pulitura messe in atto dagli specialisti del Laboratorio di Restauro guidato da Francesca Persegati, coordinati da Fabio Piacentini, sotto la direzione scientifica di Guido Cornini col sostegno insostituibile dei “Patrons of the Vatican Museums”. Un restauro che ha restituito alla vista gli straordinari colori originali che inaugurano la stagione del manierismo raffaellesco.

Per gli appassionati d’arte, non appena riapriranno i Musei Vaticani con tutte le garanzie possibili (fine maggio – inizio giugno?), che conservano opere mirabili dell’artista, un appuntamento anche  con l’ultimo Raffaello che sperimenta l’olio su muro. L’ omaggio al pittore sublime  che come scrive Vasari “studiando le fatiche de’ maestri vecchi e quelle de’ moderni, prese da tutti il meglio e fattone raccolta , arricchì  l’arte della Pittura di quella intera perfezione che ebbero anticamente le figure di Apelle e di Zeusi”.

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